Viaggio nella Sardegna che odia l’imprenditoria

Riportiamo tre notizie apparse tra ieri e oggi sull’Unione Sarda.

Notizie apparentemente slegate, ma che descrivono bene il clima anti-impresa che si respira ormai da tempo in Sardegna. Un piccolo viaggio tra delazioni fiscali, interventi violenti delle forze dell’ordine per due tavolini (forse) fuori posto, sputtanamenti (con tanto di nomi e cognomi) dei presunti evasori dell’iva su acquisti fatti all’estero (fatti passare come truffe internazionali), chiusure di locali da parte dell’ispettorato del lavoro e pub bruciati per invidia o vendetta.

Come si possa pensare che l’economia sarda si possa risollevare in queste condizioni, rimane un mistero.

Il gestore del porticciolo di Marina Piccola, Gianni Onorato, è stato arrestato insieme a un suo collaboratore dai carabinieri. Il primo, ancora ricoverato al Brotzu, è accusato di resistenza, minacce, oltraggio e lesioni a pubblico ufficiale, mentre il secondo deve rispondere di violenza a pubblico ufficiale. I due si sarebbero scagliati contro i carabinieri durante il controllo effettuato questa mattina a Marina Piccola per verificare l’occupazione abusiva di suolo pubblico da parte dei gestori del locale L’Aurora. – I FATTI – Intorno alle 10 le forze dell’ordine, dopo aver ricevuto una segnalazione, sono intervenute per verificare se all’esterno del bar “L’Aurora” fossero stati collocati dei tavolini senza autorizzazione. La presenza dei militari ha suscitato la reazione del gestore del porticciolo e dell’area demaniale Gianni Onorato. Mentre era in corso il sopralluogo, si è precipitato nello spazio antistante il locale e ha scattato diverse fotografie. I carabinieri lo hanno richiamato e lui si sarebbe ribellato, colpendo anche un militare (i medici gli hanno assegnato dieci giorni di cure). Poi è stato colto da malore. Una volta a terra i carabinieri avrebbero tentato di mettergli le manette. Un collaboratore di Onorato, Mauro Massidda, 34 anni, sempre secondo le accuse, avrebbe cercato di ostacolare l’operazione. Per questo è stato bloccato e arrestato per violenza a pubblico ufficiale: domani verrà processato per direttissima. Un’ambulanza del 118 ha poi trasportato all’ospedale Onorato, trattenuto in osservazione al Brotzu.

La sezione aerea di Cagliari della Guardia di Finanza ha sequestrato nove aerei privati e denunciato 11 imprenditori per frode fiscaleA scoprire la presunta maxi evasione, al termine di un’indagine durata un anno, sono stati gli uomini della sezione aerea della Guardia di Finanza di Cagliari che, come ha anticipato nei giorni scorsi L’Unione Sarda con un articolo firmato da Massimo Ledda, hanno messo sotto chiave nove velivoli in tutto il territorio nazionale (nessuno nell’Isola) su ordine del pm titolare dell’inchiesta Paolo De Angelis. Spesso i jet – prevalentemente Piper, Diamond e Cirrus – risultavano intestati a società estere ma le fiamme gialle sono riuscite a identificare i reali proprietari e coloro che avevano fatto da intermediari per l’acquisto in terra americana. – I NOMI – Nel registro degli indagati della Procura di Cagliari sono così finiti Antonello Morina, 56 anni, di Rimini, Viliam Peruzzi, 48 anni di Narni, Raffaello Cortina, milanese di 52 anni, Bernardo Finco, 55 anni di Bassano del Grappa, Claudio Peruzzo, 51enne padovano, Gianni Guala, torinese, 49 anni, Franco Traverso, 59 anni di Padova, Giovanni Venturelli, 70 anni, di Pavullo nel Frignano, Michele Giuseppe Greca, 47 anni di Palermo, Giordano Emendatori, 62 anni di Morciano di Romagna, e Stefano Cestarelli, padovano di 53 anni. Sono tutti accusati di contrabbando.

MAMOIADA I soldi per la multa dell’Ispettorato del lavoro glieli aveva dati in prestito un amico. Ben 1500 euro. «L’ho pagata mercoledì e non mi sembrava vero. Avrei potuto riaprire il mio locale, finalmente…». Clara Cardenia poggia le mani sul tavolo. Mani di lavoratrice. Un momento di pausa, in casa coi genitori e i fratelli, dopo una notte e una mattina passati davanti a ciò che resta del locale che aveva in gestione dal 23 dicembre scorso. Ceneri e tizzoni. E le lamiere annerite degli arredi in cucina. Il “Maps”, pub in stile inglese all’ingresso di Mamoiada doveva essere riaperto giusto domani e invece l’inaugurazione l’hanno fatta gli incendiari. – IL BLITZ Tutto è accaduto poco prima dell’una nella notte tra mercoledì e ieri. In paese pioveva a dirotto, ogni due minuti il rombo di un tuono. Prima di forzare la saracinesca del pub, gli incendiari hanno piegato l’occhio della telecamera dell’ingresso. Una volta dentro hanno cosparso liquido infiammabile sugli arredi in legno, poi sono entrati in cucina dove hanno spostato tavoli e elettrodomestici sistemandoli al centro della stanza. Il fuoco ha fatto il resto. – LA STORIA – «Era un inferno». Clara Cardenia ha 35 anni, un diploma di maturità al liceo pedagogico di Nuoro e una specializzazione di chef de rang conquistata sul campo, in tanti ristoranti della Sardegna e della penisola. Ha lavorato anche coi genitori, il padre Francesco, 60 anni, e la mamma Luciana Balia, di 55, che da otto lustri gestiscono una pasticceria in paese. Ora ha un impiego al Cup di Nuoro, il centro di prenotazioni dell’Asl, ma il sogno era quello di un locale tutto suo, pizza musica letture teatro e arte. Un’idea che era piaciuta ai compaesani e ai tanti giovani che, da quando lei aveva preso in gestione il pub a dicembre, arrivavano al “Maps” ogni sera pure da Nuoro e dal circondario. Quella di domani, in realtà, doveva essere una riapertura, dopo lo stop arrivato poco prima di Pasqua con la visita degli ispettori del lavoro che per alcune irregolarità le avevano chiuso il locale. «Ero ricca solo di sogni. Ho cominciato senza un soldo, con 2.700 euro di spese fisse di gestione e di affitto. Ma stavo cominciando a lavorare bene, avrei regolarizzato presto il contratto dei collaboratori. E invece, niente. Mi è stato chiuso il locale e mi è arrivata un’ammenda molto pesante». – IL PRESTITO – Mercoledì Clara è andata a dormire felice, aveva pagato la multa grazie a un amico che le ha prestato i soldi. Poco dopo la una è stata svegliata dalla sorella, poi la corsa col cuore in gola fino al pub che sembrava la bocca dell’inferno. C’erano i pompieri, i carabinieri e via via è arrivata tanta gente mentre dentro il locale le finestre esplodevano per il calore.

Annunci

Ma il sicario chi lo manda?

D’accordo, Equitalia è un mostro famelico. E i troppi italiani che ne fanno le spese hanno tutta la nostra comprensione.

Ma ci siamo chiesti perchè Equitalia ha il potere di fare ciò che fa? Chi la gestisce? Chi manda i suoi scagnozzi in giro a caccia di polli da spennare e di denaro da estorcere ai legittimi proprietari?

Il servizio di riscossione delle gabelle e il sistema sanzionatorio abnorme esistono non per colpa di Equitalia, ovviamente.

L’agenzia è solamente il braccio armato dello Stato e come tale si comporta.

Pensateci bene: potrebbe, da sola e senza l’appoggio del potere pubblico, intimare pagamenti dietro minaccia? La risposta è no, chiaramente.

Se Equitalia è il sicario, lo Stato italiano, col suo sistema fiscale oppressivo e con le sue burocrazie infinite, è il mandante.                  

Lo Stato uccide. Dovrebbero scriverlo sulle schede elettorali e perfino all’ingresso degli uffici pubblici, un po’ come succede con le sigarette. Giusto per mettere in guardia chi ne entra in contatto.

La grande corazzata dello statalismo

Tra quindici giorni in Sardegna si voterà per eleggere diversi sindaci e consigli comunali.

Un rito a cui partecipano sempre meno persone, a dar retta alle cifre sull’affluenza elle urne, ma che in ogni caso avrà delle conseguenze spesso pesanti per i residenti.

Chi, come il sottoscritto, per lavoro e per passione (tranquilli, ora ho smesso) ha spesso seguito o addirittura partecipato a queste fiere dell’orrido chiamate campagne elettorali, sa benissimo che il rito ha le sue liturgie, che si ripetono sempre uguali nel tempo.

Decine, centinaia di candidati consiglieri andranno a caccia di preferenze, auspicando – quando va bene – interventi per risolvere questo o quel problema, o promettendo – quando va male – favori in cambio del sostegno e del voto.

Favori che – e qui sta la cosa più grave in assoluto – verranno pagati con i soldi chiamati “pubblici”. Ovvero, coi soldi degli individui che se li sono sudati lavorando, producendo, vendendo, creando, e che se li vedono sottratti, sotto minaccia, dalla macchina statale.

In questo caso i favori fatti ai propri sostenitori non si distinguono granchè dagli interventi che i candidati auspicano con tanta forza durante le campagne elettorali: entrambi sono pagati coi soldi pubblici – frutto dell’estorsione statale, come abbiamo visto – ed entrambi contribuiscono ad alimentare l’illusione che sia possibile vivere grazie all’intervento della politica. Ovvero, dello Stato.

Vi chiedo di guardare con attenzione a cosa accade durante queste giostre dell’ovvio che chiamiamo campagne elettorali: non troverete nessuno che vi dirà la verità. Non troverete nessuno che proporrà semplicemente di eliminare la fonte dei nostri problemi. Nessuno che auspicherà che lo Stato si faccia da parte, lasciandovi liberi di vivere la vostra vita come meglio credete. No. Tutti, ma proprio tutti i candidati saranno pronti a chiedere più interventi statali, più spesa per questo o per quel settore, più regole per questo o quel problema, più controlli, più leggi, più divieti, più obblighi.

La realtà è che la politica, per sua natura, è statalista. Lo è perchè le regole del suo funzionamento lo prevedono. Lo è perchè chiunque voglia fare carriera politica deve comprare il consenso, e il modo più semplice è farlo coi soldi pubblici.

Chiunque abbia provato a fare l’opposto è stato ricacciato fuori da quel mondo. E se ci pensate è naturale.

Per rendersene conto basta dare un’occhiata all’attuale offerta politica: abbiamo il centrosinistra più statalista del mondo occidentale, monopolizzato dalla più becera cultura antiliberale, comunista, sindacalista, pauperista e fintoambientalista; il cosiddetto centro che non è altro che l’accozzaglia dei furbetti, quelli che “meglio vedere cosa succede e poi buttarsi dove si vince”, lupi famelici del denaro pubblico; il centrodestra più inguardabile del mondo, autodefinitosi liberale, ma di fatto nato dal denaro sporco di un monopolista intrallazzato col potere e di conseguenza poco affine alle idee di vera libertà, di concorrenza, ma semmai piegato, fin da subito, ai voleri del moloch statale.

In più da qualche tempo c’è la cosiddetta “novità”: quella rappresentata dal Movimentocinquestelle. Un gruppo di finti ribelli, uniti dal disprezzo non verso la politica intesa come esercizio del potere, ma verso gli altri politici, giudicati disonesti e incapaci. Naturalmente loro, i pentastellati, sarebbero quelli onesti e capaci. Caliamo un velo pietoso. Ma rimarchiamo con forza le loro proposte, per renderci conto che si tratta della quintessenza dello statalismo più becero e sfrenato: sussidio garantito per tutti, acqua/energia/benivari pubblici (ovvero statali), nazionalizzazione dei principali settori dell’economia e proposte liberticide su quasi tutti gli argomenti dello scibile umano.

Cosa resta? Beh, rimangono i cosiddetti partitini, che rappresentano ideologie scomode – si pensi alla galassia comunista delle liste falcemartello o alla miriade di sigle di estrema destra con fiamme tricolori assortite – o personalità in declino (Fare, PLI, PRI, PSI e movimenti vari).

Inoltre, perlomeno in Sardegna, rimangono attive alcune forze indipendentiste. Ma nessuna di queste ha la più pallida idea di eliminare o ridurre ai minimi termini lo Stato. Al massimo, sostituire quello italiano con uno sardo.

A guardare le cose da osservatori neutrali, si fa fatica a distinguere le proposte dei contendenti.

A guardarle da osservatori liberi, tutto appare come una grande corazzata statalista. Forse perchè in realtà lo è.

La grande corazzata degli adoratori dello Stato.

IMU o non IMU

tratto da “Libertarianation”

E’ di questi giorni la rinata e mai sopita polemica sull’IMU su cui si giocano anche le alleanze all’interno del nuovo governo Letta. Sull’IMU ne abbiamo parlato tante volte, ovviamente male, in questa sede. E’ una tassa e come tale è odiosa di per sé per un libertario ma soprattutto è una tassa sulla proprietà. Le tasse per un libertario infatti non sono tutte uguali: 1) esistono quelle sul salario, le più odiose perché vanno a intaccare una buona fetta del proprio lavoro, grazie anche al sostituto d’imposta – che rende il datore di lavoro complice del ladrocinio – un sistema identico alla schiavitù; 2) esistono quelle sulla proprietà equivalenti al pizzo mafioso; 3) esistono quelle sulla compravendita come l’IVA che vanno ad intaccare il libero scambio dei beni e dei servizi; 4) esistono poi quelle per i servizi anche se in regime di monopolio.
Ora in questa scala della tassazione – dalla più ingiusta e illiberale a quella meno- l’IMU fa finta di essere una tassa sui servizi (4) ma in realtà dietro ad essa si nasconde una vera e propria tassa sulla proprietà (2). Abbiamo visto infatti la differenza tra una vera tassa sui servizi come la Council Tax britannica e l’ IMU in un precedente post.

Per un appartamentino con una sola stanza da letto in un paese di appena 40000 anime del sud dell’Inghilterra io pago 1200 sterline all’anno. Altro che le vostre poche centinaia di euro! Eppure nonostante questo pago questa tassa molto più volentieri di una IMU. Perché so che è legata all’area dove vivo, alla qualità dei servizi che il council mi offre e non in base alla proprietà. Tanto più che io sono un affittuario. Già, infatti il proprietario della casa non paga la Council Tax se ad abitarci ci sono i suoi affittuari. Sono gli affittuari ad usufruire dei servizi pubblici non il proprietario. Ci troviamo quindi di fronte ad un altro mondo, un altro approccio. Appena registrato nel nuovo appartamento ho ricevuto un depliant con la lista di tutti i servizi di cui posso usufruire e soprattutto un depliant dal titolo “Your Council Tax: your money and how we spend it” con una lista dettagliata delle spese di quest’anno rispetto all’anno prima. Grazie a questo ora so che per esempio la Polizia della mia contea per il 2013 pensa di tagliare i costi di 1 milione di sterline rispetto all’anno prima. All’anno pago 138 sterline per la sicurezza, 38 centesimi al giorno. Non male e accettabile. Forse un’agenzia di sicurezza privata mi avrebbe fatto pagare lo stesso tanto. Certo è pur sempre un monopolio statale e quindi è intrinsecamente inefficiente ma è sempre meglio  di un sistema in cui ci sono Polizia, Polizia stradale, postale, Carabinieri e Guardia di Finanza e Forestale e di cui non conosco il budget e per cui non so quanto pago.

Ora invece di continuare con questa stupida polemica di IMU sì, IMU no perché non cambiamo completamente prospettiva e ci focalizziamo sul pagamento dei servizi? Dal punto di vista libertario l’IMU sui servizi e non sulla proprietà sarà sempre ingiusta ma sarebbe una pillola meno amara se adottassimo un sistema come quello britannico. Certo la Council Tax è un monopolio di stato sui servizi ma almeno è chiaro e trasparente e più giusto rispetto al pizzo tutto italiano dell’IMU.

— NOTA DI SARDEGNA LIBERTARIA

Le pseudo-polemiche su chi debba essere destinatario degli espropri (se solo i “ricchi” o tutti quanti) sono lo specchietto per le allodole del potere. “Divide et impera” è un vecchio adagio che funziona sempre, nostro malgrado.

Qui ci sentiamo di accogliere in pieno l’invito del nostro conterraneo Fabristol, che nel sito Libertarianation propone di cambiare paradigma: non più imposizioni e furti autorizzati in nome di un fantomatico interesse generale, ma un sistema in cui si paga ciò che si sceglie, liberamente e volontariamente.

Certo, per questo non serve uno Stato. E non servono tutti coloro che vivono di Stato… 

La Grande Alleanza dei tax consumers ha ucciso il lavoro

Al termine della giornata dedicata alla mitica categoria dei “Lavoratori” qualche considerazione ci viene naturale.

Oltre alle consuete vagonate di retorica sindacalese, comunistoide e anticapitalista, non si riesce proprio ad andare. Evidentemente è un limite di chi si propone per “educare e guidare le masse”, non vedere al di là del proprio naso.

Si pensi alle cause che determinano la carenza di lavoro: come scrive Antonino Trunfio sul sito del Movimento Libertario “Cosa è il lavoro? Cosa ne determina i volumi quantitativi (numero di occupati e ore lavorate)? Cosa ne determina il livello qualitativo (salario, sicurezza sul lavoro, motivazione e coinvolgimento dei lavoratori)? Chi sono i veri nemici del lavoro e della sua crescita? Nessuna analisi, of course, e tutti giù con la giaculatoria ormai collaudata per ogni microfono e per ogni stagione: la globalizzazione, la delocalizzazione, l’euro forte, i prezzi del petrolio, la mancanza di fonti di energia, e qualcuno arriva persino ad evocare la mai abbastanza obsoleta automazione, che all’uomo ha soppiantato il computer o un robot di saldatura.”

Appare evidente come tutti costoro, nati, cresciuti e pasciuti sotto la protezione della politica, dello Stato e di coloro che gestiscono il potere di tassare e spendere i soldi altrui, non abbiano la benchè minima idea di quali siano le precondizioni affinchè la domanda di lavoro cresca. Anzi, paiono stupirsi dei risultati a cui ci hanno portato gli ultimi 40 anni, durante i quali le leggi hanno superato quota 150.000 (avete letto bene, CENTOCINQUANTAMILA), il debito dello Stato è cresciuto fino a oltre 2000 miliardi di euro, la pressione fiscale ufficiale è salita da meno del 30% al 45% (e quella reale ha raggiunto picchi dell’80%).

Politici e sindacalisti si stupiscono che non si creino più quelli che loro amano chiamare “posti di lavoro”. Eppure basterebbe chiedersi chi ha il compito di assumere, nel sistema economico. E mettersi nei loro panni, per capire quali motivi possono spingere un imprenditore ad incrementare l’occupazione. E quali, di converso, a ridurla.

Tutte le indagini e le statistiche a riguardo fanno emergere la nuda realtà: non si assume in un luogo in cui la tassazione è folle; non si assume in un luogo in cui le leggi sono troppe, poco chiare, cambiano di continuo e sono interpretabili a piacimento dal potere; non si assume in un luogo in cui l’impresa e la proprietà privata sono considerate alla stregua di attività criminali.

Il quadro, insomma, è chiaro e inequivocabile. Eppure, tutto tace.

Vi siete mai chiesti il perchè?

La risposta è semplice: perchè chi gestisce la fantomatica “cosa pubblica” – politici, sindacalisti, pseudobanchieri e pseudoimprenditori di Stato – ha tutto l’interesse a far sì che lo status quo venga conservato. Uno status quo in cui vi è una classe di produttori-pagatori e una classe di parassiti- fruitori di denaro. Nei paesi anglosassoni questa differenziazione, utilizzata spesso dai libertarians, si esprime attraverso la contrapposizione tra Tax payers e Tax consumers.

Da una parte coloro che rischiano in proprio, sia da autonomi che da dipendenti, e affrontano il mercato con le proprie forze, provando a produrre ricchezza tramite lo scambio volontario con altri liberi individui.

Dall’altra coloro che hanno scelto di vivere alle spalle dei primi, dandosi da fare per entrare nelle cosiddette “stanze dei bottoni”, allo scopo di stabilire le regole del gioco, che poi consistono soprattutto nel decidere quanto della torta prodotta da coloro che appartengono alla prima categoria verrà “requisita” e quanti e quali individui avranno il privilegio di spartirsela. Attraverso le tasse (che come sanno tutti sono una “cosa bellissima”) e la mitologica “redistribuzione”. Ovvero, attraverso lo Stato.

La Grande alleanza dei tax consumers è responsabile della situazione in cui viviamo. Sono loro che hanno ucciso l’economia, il mercato, l’impresa e il lavoro.

Loro, i tax consumers, gli adulatori dello Stato.

 

Mercato batte politica 50-0

Cinquanta.

Come la percentuale di risparmio che chi sceglierà di utilizzare le navi del Consorzio Go-in-Sardinia potrà ottenere rispetto ai prezzi imposti dalle cosiddette “tratte pubbliche”, sulle quali la mammella di madre Regione Sardegna viene munta dalle compagnie di “regime”.

Da quanto si apprende dalla stampa locale, infatti, un gruppo di piccole e piccolissime imprese turistiche del nord Sardegna, stanche di veder fuggire i possibili clienti spaventati dai costi eccessivi del viaggio in nave verso l’Isola, ha scelto di unire le forze per noleggiare una flotta di imbarcazioni e garantire prezzi competitivi sul mercato del trasporto marittimo da e per la Sardegna, con risparmi fino al 50%.

Per ora l’esperimento sarà stagionale e sarà quasi certamente legato alla prenotazione di vacanze nelle strutture di proprietà delle 60 piccole aziende turistiche galluresi che hanno dato vita all’iniziativa.

Di certo, vien da sorridere pensando alle altisonanti parole del governo regionale, pronto a tutto per dare vita alla cosiddetta “Flotta sarda”. Naturalmente con fondi pubblici, tanto paga pantalone. Come se i clienti delle vecchie bagnarole targate Tirrenia – al cui confronto le navi cargo sono yacht di lusso – non avessero ancora sotto gli occhi la “grande qualità” del viaggio sui mezzi pubblici o parapubblici.

La vicenda, in ogni caso, dimostra che, laddove c’è una necessità e gli esseri umani sono lasciati liberi di ideare, inventare, creare, osare, quella necessità viene soddisfatta, senza alcun bisogno di politici (che semmai rappresentano sempre un freno e un pericolo per la libertà) e senza alcun accenno ad aiuti statali o regionali.

Insomma, ancora una volta mercato batte politica. Cinquanta a zero.

Rivoluzione o povertà. Ecco come lo Stato avrà meno soldi.

dal sito del Movimento Libertario

DI MAURO GARGAGLIONE

E’ un fatto evidente (evidente a coloro che non non adorano lo Stato) che ogni nuova regolamentazione introdotta dal legislatore si porta dietro una fettina di tasse del contribuente e che, il combinato disposto tra leggina e la fetta di soldi pagati dai cittadini, serve a creare e mantenere nuovo impiego pubblico. Il Leviatano Statale si regge su questo, ‘è’ questo.

Se ci riflettiamo, nei decenni, la pressione fiscale è salita di pari passo con il numero di leggi, leggine e regolamenti e con l’espansione smisurata della burocrazia. Sono convinto che una buona fetta del gettito fiscale è semplicemente oggetto di furto perpetrato attraverso la concussione esercitata dai pubblici funzionari ma non sono affatto certo che questa sia la fetta più grossa. Le tasse servono perlopiù a comprare il consenso e a mantenere i parassiti pubblici.

A titolo di esempio posso portare la Francia. Ha un prelievo assimilabile al nostro ma lì rubano un po’ meno. La situazione dei loro conti è però assai vicina a quella italiana anche se le istituzioni economiche mondiali stanno facendo di tutto per tenere la polvere sotto il tappeto.

Se questa analisi è vera, pensare di poter diminuire la spesa pubblica partendo dal decidere dove e cosa tagliare, è assolutamente velleitario. Così come è assolutamente velleitario aspettarsi che una classe politica professionista faccia ‘poche’ leggi e chiare. Come abbiamo visto le due cose viaggiano di pari passo. L’equivalenza è quindi la seguente: tante leggi, tante tasse, tanta burocrazia, tanto pubblico impiego, tanti voti.

Accapigliarsi sul fatto che si debba tagliare prima l’IMU invece che l’IRAP o l’IRPEF è cosa priva di senso. Non è un caso che tutte le ipotesi di riduzione o eliminazione di una tassa vengono accompagnate dall’indicazione di una ‘fonte di copertura’ (più o meno fantasiosa), perché qualunque politico sa perfettamente che se abbassa da una parte deve aumentare dall’altra.

Sappiamo che, grosso modo, lo stato incassa circa 800 miliardi l’anno. E’ completamente inutile qualunque ragionamento o aspettativa di riduzione della spesa pubblica a cui faccia seguito una riduzione del gettito dovuta a minori necessità di quattrini. Io, perlomeno, non ci credo più da tempo. L’incasso deve andare a 600, 500, anzi, 400 miliardi l’anno, solo allora il fabbisogno del Leviatano sarà obbligato a ridursi. Ma come si può fare?

In due modi. Smettendo di pagare le tasse oppure non avendo più soldi per pagarle. Il primo è uno sciopero fiscale, una rivoluzione. Il secondo modo è quanto sta già succedendo, diventare sempre più poveri.

NOTA DI SARDEGNA LIBERTARIA

Come abbiamo letto nei commenti all’articolo, la terza soluzione è quella di portar via le attività produttive (ovvero, l’effettiva ricchezza) dal paese. Per portarle in un altro meno esoso, votando (come si suol dire) con i piedi.

Per noi libertari sardi ci sarebbe una quarta ipotesi: quella di portar via un intero territorio allo Stato. Purchè poi non si faccia un altro stato (sardo), ovviamente. Altrimenti nell’arco di pochi anni saremmo punto a capo.